ERZÄHLUNG TITEL: Mi si stringe il cuore e mi si drizza il cazzo . Nello stesso istante . Le lecco il clitoride finche dice ti amo 
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ERZÄHLUNG

Mi si stringe il cuore e mi si drizza il cazzo . Nello stesso istante . Le lecco il clitoride finche dice ti amo

by Justforher70
Gesehen: 227 Mal Kommentare 3 Date: 29-05-2026 Sprache: Language

Kuching, Malesia, 1996

L'aria era una zuppa calda e densa, una coperta umida che ti si appiccicava alla pelle appena uscito dall'albergo. Io, 26 anni, in giro per l'Asia a vendere chimica. Dovevo sviluppare in laboratorio i miei prodotti per poi proporli al reparto acquisti dell'azienda malesiana.

Il terzo giorno, il capo fabbrica – un malese corpulento dal sorriso sempre sporco di salsa di pesce – mi invitò a cena in un ristorante tipico. Tavoli di plastica, ventilatori che sbattacchiavano l'aria calda senza rinfrescarla, mosche che facevano acrobazie sulle bottiglie di birra.

Tiger

, disse lui, versandone un fiume.

Poi arrivò lei.

Lei è Yulia Lee, responsabile acquisti.



Folgorazione. Yulia aveva 24 anni, occhi a mandorla come lame di ossidiana, e una maglietta bianca, semplice, con la bandiera americana stampata proprio sul petto. La stoffa era sottile e aderiva a due tettine piccole, rotonde, sode. Ne percepivo la forma anche senza toccarle, il modo in cui il cotone si tendeva appena sui capezzoli, quasi a volerli nascondere e insieme rivelare. Era cinese malesiana, bellissima di quella bellezza severa che non concede nulla al caso.

Lei era seria. Parla solo di lotti, scadenze, certificati. Ogni tanto abbozza un sorriso professionale. Io bevo birra, annuisco, e intanto mi perdo nel movimento della sua gola quando beve un sorso d'acqua. Il collo lungo, la clavicola che emerge, la pelle liscia che vorrei mordere.

Il sabato in laboratorio

Il giorno dopo è sabato. Io sono in laboratorio da ore, camicia aperta, maniche rimboccate, la schiena che suda sulla sedia di plastica. L'odore dei solventi mi riempie le narici, il ronzio dei reattori è un mantra ipnotico. Poi sento dei passi. Vengono dal piano di sopra, dove ci sono gli uffici. Scendono le scale di cemento. Tacchi. Un tacco basso ma deciso, che batte sul gradino con una cadenza lenta, quasi voluta.

Scende lei.

Yulia indossa una minigonna talmente corta che è quasi una promessa. Nera. Le gambe sono due fusi di miele ambrato, lunghissime, lisce, senza una venatura, senza un difetto. Partono dalle caviglie sottili – dove un sottile braccialetto d'argento tintinna – e salgono, salgono, fino a sparire nell'orlo scuro della gonna. E poi il culo. Un culetto perfetto, due semisfere che la gonna abbraccia come fosse pitturata sopra, che si muovono l'una contro l'altra a ogni passo, indipendenti, vive. Mentre scende, ogni discesa fa vibrare quella carne, e io devo stringere la pipetta per non lasciarla cadere.

Ciao

, fa lei, con la sua voce bassa. Non è un

ciao

da collega. È un

ciao

da amante che sa di esserlo già, anche se non lo siamo ancora.

Si avvicina, si appoggia al bancone del laboratorio accanto a me. Il suo fianco sfiora il mio braccio. Sento il suo profumo: non è floreale, non è dolce. È pulito, con una nota aspra di sapone di Marsiglia e qualcosa di caldo sotto, la sua pelle, quella carne che emana un odore animale appena percettibile, che mi arriva dritto alle palle. Mi fa i complimenti. Dice che sono meticoloso, che le piace come lavoro. Parla ancora di affari, ma i suoi occhi ora sono diversi. Si soffermano sulle mie mani, sulle mie braccia nude, sulla goccia di sudore che mi scende lungo il collo fino al petto.

La vedo che guarda. La vedo che trattiene il respiro per un secondo, giusto il tempo di fissare quella goccia che scivola. Poi alza lo sguardo e sorride.

Stanotte

, dice, e la parola

notte

le esce di bocca come una carezza, un soffio caldo che mi sfiora il collo,

potremmo cenare. Solo io e te. Per parlare del lavoro. Con calma.



Non è una domanda. È una dichiarazione.

Io annuisco. Non riesco a parlare. La gola è secca, le parole non escono. Lei sorride, finalmente un sorriso vero. Un sorriso che le apre il viso, che le fa diventare gli occhi due fessure felici. Poi si allontana, risale le scale, e io guardo quelle natiche che si muovono come due onde sotto la minigonna. Il bacino che ondeggia. La vita stretta che fa da perno. La testa mi esplode di chimica e desiderio.

La prima notte

La sera, il ristorante è diverso. Piccolo, appartato, con un giardino interno di tigli e lampade a olio. L'aria è meno pesante, ma il caldo è ancora lì, appiccicato alla pelle come una seconda camicia. Lei ha cambiato vestito: un tubino nero, senza spalline. Le spalle piccole, il collo ancora più lungo, la gola che si muove quando parla. Mangiamo, ridiamo, parliamo di tutto tranne che del lavoro. Il vino è bianco, freddo, e ogni sorso è una scusa per guardarle le labbra. Le labbra carnose, il labbro superiore un po' più sottile, quello inferiore pieno, succoso. Quando beve, il bordo del bicchiere preme contro quella carne e io penso a come sarebbe avere quelle labbra intorno al mio cazzo.

Poi, nel taxi verso il suo appartamento, il silenzio diventa spesso. La notte è nera, i lampioni gialli scorrono fuori dal finestrino come rosari di luce. Lei non parla. Io non parlo. Poi la sua mano cerca la mia sul sedile. Dita sottili, unghie corte, lisce. Il palmo è caldo, umido. Le sue dita si intrecciano alle mie, lentamente, e lei preme appena, come per saggiare la mia resistenza. Io stringo. Lei stringe di più. Il tassista non guarda. O forse sì. Non ci interessa.

L'appartamento è piccolo, essenziale. Una finestra aperta sulla giungla notturna, il rumore dei gechi che gracchiano, il caldo che entra a ondate portando con sé l'odore della terra bagnata e delle foglie marce. La luce è soffusa, una lampada da tavolo con il paralume di stoffa beige. Lei chiude la porta. Sento lo scatto della serratura. Non c'è più via d'uscita.

Si volta. Mi guarda. I suoi occhi sono neri, profondi, senza fondo. Fa un passo verso di me. Poi un altro. Si ferma a un soffio dal mio viso. Sento il suo respiro, caldo, leggermente accelerato. La sua bocca si avvicina alla mia. Non mi bacia. Fa scorrere le labbra lungo la mia guancia, fino al mio orecchio. Poi mormora:

Ho pensato a te. Ogni notte da quando ti ho visto la prima volta.



Le sue mani salgono lungo il mio petto, aprono i bottoni della mia camicia uno a uno. Lentamente. Ogni bottone è una piccola morte. Sento le sue dita che sfiorano la mia pelle, i polpastrelli che esplorano, che imparano. Quando l'ultimo bottone è aperto, mi spinge indietro. Inciampo sul letto, cado seduto. Lei è in piedi davanti a me, con il tubino nero che le avvolge il corpo come una seconda pelle.

Si china. Prende l'orlo del tubino con entrambe le mani. Lentamente, comincia a tirarlo su. Le ginocchia. Le cosce. Il tessuto nero scivola via, rivelando la pelle ambrata, liscia, perfetta. Un centimetro dopo l'altro. Io trattengo il respiro. Le mutandine. Pizzo nero, quasi trasparente. Il triangolo scuro del pizzo lascia intravedere quello che c'è sotto: una macchia più scura, l'umidità che già la bagna. Il tubino sale ancora. La pancia piatta, liscia. L'ombelico piccolo, un gioiello. Le costole che si intravedono appena. E poi il reggiseno. Sempre pizzo nero. Le tettine piccole, raccolte in quelle due coppe di pizzo, i capezzoli che già spingono contro la stoffa, duri, visibili.

Lei lascia cadere il tubino. Ora è solo in biancheria. La luce soffusa disegna ombre sulle sue curve. Mi si avvicina. Mi prende le mani, me le porta al petto. Sento il pizzo sotto le dita, ruvido, e sotto il pizzo la carne calda, soda, viva.

Sfilami il reggiseno

, sussurra.

Le mie mani cercano la chiusura dietro la schiena. La trovo. La slaccio. Il pizzo si allenta, cade. E i suoi seni sono lì. Piccoli, rotondi, perfetti. I capezzoli sono due chicchi di caffè scuro, duri, già contratti. La luce li accarezza. Io li guardo, e per un momento non riesco a fare nient'altro. Sono belli. Sono lì, per me.

La prendo per i fianchi, l'attiro a me. La mia bocca si chiude su un capezzolo. È duro contro la mia lingua, caldo, leggermente salato. Lo succhio, lo giro con la punta della lingua, lo mordo appena – un morso leggero, giusto per sentirlo fremere. Lei gemita. Un gemito basso, che parte dal petto e sale. La sua mano mi afferra i capelli, mi tiene lì, non vuole che mi stacchi. Le mie labbra si spostano sull'altro seno, lo stesso rito, la stessa lenta esplorazione. Ogni leccata è una scoperta. Ogni morso leggero è una promessa. Lei si inarca, offre di più, vuole di più.

La mia mano scende. Scivola lungo la pancia liscia, oltre l'ombelico, fino al pizzo delle mutandine. Sfioro il tessuto. È umido. Caldo. La sua fica già trasuda, già chiede. Premo con le dita, sento la forma delle sue labbra attraverso il pizzo. Lei spinge i fianchi in avanti, vuole che la tocchi, vuole che la penetri. Le infilo una mano nelle mutandine, le scosto il pizzo. Le mie dita trovano il suo umore. È bagnata. Molto. Striscia, calda e viscosa, tra le sue cosce. La sfioro. Le sue labbra sono gonfie, calde, aperte. Il suo clitoride è già duro, un piccolo pisello che pulsa sotto il mio polpastrello.

Così

, ansima.

Proprio così.



La faccio sdraiare sul letto. Le levo le mutandine. Ora è nuda, completamente nuda. Le sue gambe si aprono per me, senza vergogna, senza timidezza. Mi guarda. Nei suoi occhi c'è fame. Mi svesto in fretta, faccio cadere i pantaloni, i boxer. Il mio cazzo è già duro, dritto, la punta lucida di umore. Lei lo guarda, si morde il labbro.

Vieni

, dice.

Vieni qui.



Mi sdraio su di lei. La mia pelle sulla sua pelle. Il suo calore mi avvolge. La sua bocca cerca la mia, e ci baciamo. Non un bacio timido. Uno di quelli che iniziano con le labbra socchiuse e finiscono con la lingua che esplora, che chiede, che prende. La sua lingua entra nella mia bocca, si intreccia alla mia, si scontra, si ritira, ritorna. La sua bocca sa di mango e di vino e di desiderio.

La mia mano guida il mio cazzo verso la sua fica. Sfioro le sue labbra, la sua umidità. Lei solleva i fianchi, cerca di prendermi dentro, ma io la tengo sospesa, sfioro ancora, gioco con lei. La sua mano mi afferra il polso.

Smettila di giocare

, sibila.

Entra. Subito.



Entro.

È una sensazione che non dimenticherò mai. Il suo muro interno mi accoglie, mi stringe, mi succhia. È calda, caldissima, come una fornace. La sua parete muscolare si contrae attorno a me, mi massaggia, mi spreme. Ogni centimetro che avanzo incontra una resistenza dolce, una pressione che non è un rifiuto ma un abbraccio. Quando sono dentro fino in fondo, fino a sentire il suo pube contro il mio, lei chiude gli occhi, apre la bocca, lascia uscire un sospiro che sembra un ringraziamento.

Muoviti

, dice.

Lentamente. All'inizio lentamente.



Comincio a muovermi. Lentamente. Ogni spinta è lunga, profonda. Sento la sua fica che mi scivola addosso, che mi lascia uscire quasi del tutto, poi mi risucchia dentro. I suoi muscoli si contraggono in onde, una dopo l'altra, come se stesse venendo già, ma non è vero. È solo il modo in cui il suo corpo reagisce a me. È così sensibile che ogni movimento è una piccola morte.

Lei mi guarda. I suoi occhi non si chiudono. Vuole vedermi. Vuole vedere la mia faccia mentre la scopo. Le sue mani salgono lungo la mia schiena, le unghie che graffiano appena, solchi rossi che bruciano.

Più forte

, dice.

Ora più forte.



Aumento il ritmo. Le spinte diventano più decise, più profonde. Il letto scricchiola sotto di noi. Il suo respiro diventa affannoso, i suoi gemiti più frequenti. Ogni volta che entro, lei dice

. Ogni volta che esco, dice

no

. Un sì, un no, un sì, un no, come una preghiera.

Le afferro le cosce, le sollevo, le appoggio sulle mie spalle. Così sono più dentro. Così la sento fino in fondo, fino a toccare qualcosa di duro, di profondo, il suo collo dell'utero forse. Lei urla. Non un urlo forte, ma un urlo strozzato, che si blocca in gola e diventa un gemito lungo, infinito.

Non fermarti

, dice.

Non fermarti o ti ammazzo.



Io non mi fermo. Le sue unghie mi graffiano le spalle. I suoi talloni mi premono sulla schiena. Il suo corpo è un arco teso, le sue anche si sollevano da terra per venirmi incontro a ogni spinta. Sento che si avvicina. Lo sento dai suoi muscoli che si irrigidiscono, dal suo respiro che si spezza, dal suo umore che diventa più fluido, più caldo.

Vieni con me

, dice.

Vieni ora.



E viene. Sento il suo orgasmo come un'onda che parte dal suo centro e si propaga in tutte le direzioni. I suoi muscoli si contraggono attorno a me in spasmi violenti, irregolari, che mi spremono, mi massaggiano, mi vogliono dentro per sempre. Lei grida, un grido libero, senza vergogna, che si perde nel caldo della notte. Le sue gambe tremano. Il suo viso è una maschera di piacere e sofferenza.

La sua stretta è così forte che mi porta con sé. Sento la pressione che sale dalla base del mio cazzo, una marea calda che non posso fermare. Vengo dentro di lei. Un fiotto dopo l'altro, caldo, denso. Sento la mia sborra che esce, che la riempie. Lei si stringe ancora di più, come per trattenere ogni goccia. Il mio corpo si contrae, spinge, vuota. Resto dentro di lei, immobile, mentre l'orgasmo mi attraversa come una scossa elettrica.

Crollo su di lei. Il mio peso la schiaccia. Lei non si lamenta. Mi accarezza i capelli, la schiena, le spalle. Il suo respiro è ancora affannoso, ma si sta calmando. Sento il suo cuore battere sotto il mio petto, veloce, poi sempre più lento.

Dopo un lungo minuto di silenzio, sussurra:

Non è finita.



Lo so

, dico.

Riprendo fiato. Poi scendo. Scendo giù con la bocca, lungo il suo corpo, leccando il sudore che le si è formato tra i seni, lungo la pancia, nell'ombelico. Lei si solleva sui gomiti, mi guarda, non capisce. Poi le apro le gambe. La sua fica è ancora aperta, le labbra gonfie, il clitoride rosso e pulsante. La mia sborra cola fuori, mista al suo umore, un liquido biancastro che le bagna le cosce.

La lecco.

Il sapore è forte, salato, amaro. Il sapore del sesso. Il sapore di noi. Lei geme appena, sorpresa. La mia lingua si posa sul suo clitoride, lo accarezza piano, in cerchi lenti. Lei si abbassa di nuovo sul letto, abbandona la testa sul cuscino, si lascia andare.

La lecco a lungo. Con pazienza. Con devozione. La sua mano si posa sulla mia testa, non mi spinge, mi guida. Leccare una fica appena scopata è un'esperienza intima, quasi sacra. Senti il calore che ancora emana, la consistenza dei liquidi mescolati, il tremore dei muscoli ancora eccitati. Ogni volta che la mia lingua passa sul suo clitoride, lei ha un piccolo sussulto, un gemito basso. Non è un orgasmo, è un preludio. Un preludio al prossimo orgasmo.

La giro. La metto a quattro zampe. Il suo culo è lì, perfetto, due semisfere lisce e sode. Lo afferro, lo stringo. La carne è calda, elastica, cede appena sotto le mie dita. La mia lingua scende lungo la spina dorsale, fino all'inizio della fessura. La lecco lì, dove la pelle è più sottile, più sensibile. Lei sospira. Poi infilo la lingua dentro di lei. Da dietro. La sua fica è ancora umida con anora un po del mio sperma che ingoio con i suoi liquidi, ancora aperta. La mia lingua entra, esce, entra. Lei spinge indietro, vuole che vada più in profondità.

Così

, dice.

Così, cazzo.



La mia lingua la lecca, la succhia, la morde appena. Il suo clitoride lo stimolo con le dita mentre la lingua lavora. Lei comincia a tremare, a gemere, a dire parole in cinese che non capisco ma che mi fanno venire duro di nuovo.

Quando sono duro, mi alzo. Mi posiziono dietro di lei. La sua fica è lì, pronta, aperta. Entro. Da dietro è diverso. Più profondo. Più bestiale. Le afferro i fianchi, la tengo ferma, e comincio a scoparla con un ritmo feroce. Ogni spinta fa sbattere la sua pancia contro il letto. Ogni spinta fa tremare il suo culo. Le sue mani afferrano le lenzuola, le stringono, le strappano quasi.

Più forte

, dice.

Più forte, più forte, PIÙ FORTE.



La schiaffeggio sul culo. Lo schiaffo rimbomba nella stanza. Lei urla. La sua carne ondeggia. La schiaffeggio ancora. Un'altra volta. E un'altra. Ogni schiaffo la fa gemere più forte. Il suo culo diventa rosso, caldo. Lei spinge indietro, prende tutto, vuole tutto.

La prendo per i capelli. Glieli tiro indietro, le sollevo la testa. Il suo viso è bagnato di lacrime, di saliva, di sudore.

Guardami

, dico.

Lei gira gli occhi, fatica a mettere a fuoco.

Guardami mentre ti scopo.



Mi guarda. I suoi occhi sono vitrei, persi. La sua bocca è aperta, le labbra gonfie. È bellissima. È sporca. È la cosa più eccitante che abbia mai visto.

Vengo di nuovo. Dentro di lei. Un secondo fiotto, meno copioso del primo ma più violento, più spasmodico. Il mio corpo si contrae, le mie mani le stringono i fianchi così forte che le lasceranno dei lividi. Lei geme, si lascia andare, crolla sul letto.

Io crollo accanto a lei.

Restiamo a lungo in silenzio. L'unico rumore è il nostro respiro, i gechi fuori, il ronzio lontano di un ventilatore. La sua mano cerca la mia. Le nostre dita si intrecciano. Il sudore ci incolla l'uno all'altra. La luce della luna filtra dalla finestra e disegna le curve del suo corpo: le scapole affilate, la vita stretta, quella curva perfetta dei fianchi.

Non lo sai

, dice dopo un lungo silenzio,

quanto aspettavo questo.



Neanch'io.



Da quando ti ho visto in laboratorio. Con la camicia aperta. Il sudore. Le mani. Le tue mani.



Prende la mia mano, la porta alle sue labbra, la bacia. Un bacio leggero, sul palmo. Poi la posa sul suo cuore.

Resta

, dice.

Resta stanotte. Domani puoi andare. Domani e ' domenica non lavori e sei qui da solo..io pure . la mia famiglia e' a Kuala lumpur..lontani



Resto.

La notte è lunga. Facciamo l'amore altre due volte. Una volta lentamente, con dolcezza, come se avessimo tutto il tempo del mondo. Lei sopra di me, che cavalca con movimenti lenti, circolari, la testa abbandonata all'indietro, le mani che si stringono i seni. Io la guardo, rapito, mentre si muove su di me come un'onda, e il piacere sale piano piano, senza fretta, fino a travolgerci entrambi in un orgasmo lungo, profondo, quasi triste.

L'ultima volta è all'alba. La luce grigia entra dalla finestra. Lei è stanca, io sono stanco. Ma ci guardiamo, e sappiamo entrambi che è l'ultima. Facciamo l'amore in modo diverso. Più lento. Più intimo. Più come una promessa che come un atto. Lei mi tiene il viso tra le mani, mi guarda negli occhi, e non li chiude nemmeno quando viene. Voglio ricordare il suo sguardo.

Tre mesi dopo torno. La scusa del nuovo campione da provare in laboratorio. Ma è lei che voglio. Lei che mi aspetta fuori dall'aeroporto. Minigonna di jeans talmente corta che le tasche inferiori spuntano come due lingue di stoffa. Maglietta nera, senza reggiseno. Vedo i suoi piccoli capezzoli disegnarsi sotto il cotone sottile, duri, nonostante il caldo.

Non dice

ciao

. Dice

ci sei mancato in fabbrica

. E poi, a voce più bassa:

Mi sei mancato nel letto. E' vuoto senza di te.



Il taxi è lo stesso tassista. Ci guarda dal retrovisore, sorride. Yulia si siede vicina, coscia contro coscia. Il suo profumo mi riempie le narici, lo stesso di sempre, pulito e animale insieme. Durante il viaggio, la sua mano non sta ferma. Mi accarezza la coscia, piano. Sale. Arriva al mio cavallo. Sfiora il mio cazzo attraverso i jeans. Sono già duro. Lo sente. Sorride.

Buono

, sussurra.

Sei già pronto.



Il tassista parla della pioggia, della stagione dei monsoni. Io non sento nulla. Sento solo le sue dita che mi massaggiano attraverso la stoffa, che trovano la forma del mio cazzo, che la seguono, la accarezzano. Quando scendiamo, lascia una banconota generosa. Non so quanto. Non mi interessa.

Nel suo appartamento, c'è un tappeto nuovo. Rosso scuro. Sofficissimo. Lo noto subito, ma non faccio in tempo a chiedere. Lei è già inginocchiata davanti a me, mi slaccia i jeans con i denti, con una lentezza studiata, teatrale. La cerniera scende. I bottoni si aprono. I pantaloni cadono. Poi i boxer. Il mio cazzo esce, duro, la punta già lucida.

Lei lo guarda. Lo prende in mano. Lo accarezza con la punta delle dita, prima lentamente, poi con più forza. Mi guarda negli occhi mentre lo fa.

Me lo merito?

chiede.

Cosa?



Questo. Dopo tre mesi. Me lo merito?



Sì.



Dimmi che me lo merito.



Te lo meriti. Te lo sei meritato ogni notte che non c'ero.



Sorride. Poi abbassa la testa. La sua bocca si apre. Il mio cazzo entra tra le sue labbra. È calda, caldissima. La sua lingua si muove intorno, mi avvolge, mi succhia. Non è un pompino timido. È un pompino da fame. La sua testa si muove avanti e indietro, con un ritmo che aumenta piano. La sua guancia si gonfia, si sgonfia. La sua mano stringe la base, massaggia le palle.

Afferro la sua testa con entrambe le mani. Non la spingo, la guido. Le sue labbra si stringono. La sua lingua preme contro il frenulo. Il piacere sale rapido, troppo rapido. Voglio durare, voglio godermi ogni secondo, ma lei è troppo brava. Sa esattamente dove toccare, dove leccare, dove succhiare.

Fermo

, dico.

Fermati o vengo.



Lei non si ferma. Anzi, accelera. La sua bocca diventa più vorace, la sua gola si apre, mi prende fino in fondo. Sento la sua gola che mi stringe, che mi massaggia. È troppo. Vengo. Nella sua bocca. Un fiotto caldo, improvviso. Lei non si tira indietro. Prende tutto. Lo sento che cola giù per la sua gola. Lei ingoia. Poi si tira indietro, lentamente, lasciandomi uscire dalle sue labbra con un piccolo schiocco bagnato.

Mi guarda. Ha ancora la mia sborra agli angoli delle labbra. La lecca via con la lingua.

Benvenuto a casa mia..riceviamo cosi gli ospiti graditi qui e ride

, dice.

La butto sul tappeto. La spoglio con violenza, strappando quasi la maglietta. La sua pelle appare, ambrata, liscia. Le sue tettine sono lì, piccole e sode, i capezzoli già duri. Li mordo. Non li lecco, li mordo. Lei geme, si inarca. Le mie mani le afferrano i fianchi, la giro, la metto a quattro zampe.

Stai zitta

, dico.

Non parlare. Non dire niente Miss Lee.



Entro in lei da dietro. È già bagnata. Molto. La sua fica mi accoglie come una mano calda e stretta. Comincio a scoparla con un ritmo feroce, violento. Ogni spinta è un colpo. Ogni colpo fa sbattere il suo corpo contro il tappeto. Lei morde il tappeto per non urlare. Ma i suoi gemiti sono comunque forti, soffocati, bestiali.

La schiaffeggio sul culo. Una, due, tre, quattro volte. La sua carne ondeggia, diventa rossa. Lei spinge indietro, vuole di più. La prendo per i capelli, tiro indietro la sua testa. La sua schiena si inarca. Entro ancora più profondo.

Dimmi che sei la mia puttana

, dico.

Sono la tua puttana.



Ripetilo.



Sono la tua puttana. La tua troia. La tua zoccola cinese.



Di chi?



Tua. Solo tua padrone.



Vengo. Dentro di lei. Un altro fiotto. Lei si stringe attorno a me, mi spreme, vuole tutto. Restiamo così, io dentro di lei, il suo corpo che trema, il mio respiro che fatica a calmarsi.

Poi rotoliamo. Lei si sdraia sul mio petto, la testa sotto il mio mento. Il suo dito disegna cerchi sul mio sterno.

Mi sei mancato

, dice di nuovo. Ma ora la sua voce è diversa. Non è più la voce della fame. È la voce della mancanza. Della solitudine.

Non è solo il sesso. È che mi manchi tu. Il tuo modo di guardarmi. Il tuo modo di tenermi dopo.



Non rispondo. Non so cosa dire. La abbraccio più forte. E restiamo così, sul tappeto rosso, mentre fuori la pioggia comincia a cadere.

Passano due mesi. Forse tre. Il tempo in Malesia perde di significato, si scioglie come lo zucchero nel tè caldo. Io sono tornato a casa, in Italia, ma una parte di me è rimasta lì, in quell'appartamento piccolo con la finestra sulla giungla, nel caldo umido che ti entra nelle ossa e non ti lascia più.

Una sera, il telefono squilla. È tardi, le due di notte. La riconosco dal respiro prima ancora che parli.

Sono io

, dice. La voce è roca, come se avesse pianto o bevuto. Forse tutte e due.

So che sei tu.



Ho bisogno di vederti. Non è una scusa di lavoro. Non è un campione nuovo. Sono io. Ho bisogno di te.



Quando?



Domani. Subito!



Prenoto il volo la mattina dopo. Non chiedo nemmeno al mio capo. Dirò che è un'emergenza. In un certo senso, lo è.

Arrivo a Kuching nel pomeriggio. Il sole è basso, la luce è dorata, pesante. Lei non è all'aeroporto. Al suo posto, c'è un biglietto lasciato al banco degli annunci:

Seguì la strada. Lo sai dove.



Prendo un taxi. Do l'indirizzo del suo appartamento, ma il tassista scuote la testa.

No, signore. Prima devo portarla da un'altra parte.

Non chiedo spiegazioni. Mi lascio guidare.

Il taxi si ferma davanti a un mercato coperto. È lo stesso del satay, lo stesso delle luci e degli odori di spezie. Ma ora è quasi deserto, le saracinesche sono abbassate, solo poche bancarelle ancora aperte. Scendo. Non so dove andare.

Poi la vedo.

È seduta su una moto – non la sua Honda rossa, un'altra, più grande, una Yamaha nera – con un casco integrale in grembo. Indossa una canottiera bianca, sottilissima, e dei jeans attillati che le abbracciano le gambe come una seconda pelle. I capelli sono sciolti, lunghi, le cadono sulle spalle. Quando mi vede, non sorride. Fa un cenno con la testa: sali.

Le prendo il casco, me lo infilo. Salgo dietro di lei. La moto parte con un rombo basso. Le mie mani le si posano sui fianchi, come sempre. Ma questa volta lei prende le mie mani e me le sposta più in alto, sotto i suoi seni.

Stringimi forte

, dice. La voce è coperta dal vento. Ma la sento.

Andiamo veloci. Le strade di Kuching scorrono via, i palazzi, i templi, i mercati. Usciamo dalla città. La strada diventa sterrata, piena di buche. Lei guida come una pazza, zigzagando tra le pozzanghere, sfiorando i rami bassi degli alberi. La giungla ci inghiotte. Non so dove stiamo andando. Non mi interessa.

Dopo mezz'ora, la moto si ferma. Siamo davanti a una casa di legno, sollevata su palafitte, con una veranda che guarda un fiume scuro. L'acqua è immobile, nera come inchiostro, riflette le stelle che stanno cominciando ad accendersi.

Di chi è questo posto?

, chiedo.

Mio

, dice.

L'ho comprato l'anno scorso. Non l'avevo mai mostrato a nessuno.



Scendiamo. Lei apre la porta con una chiave arrugginita. Dentro è buio, sa di legno vecchio e di fiume. Accende una candela. La luce balla, disegna ombre giganti sulle pareti.

Perché mi hai portato qui?

, chiedo.

Lei si volta. Mi guarda. I suoi occhi sono due braci.

Perché qui nessuno ci sentirà urlare.



Non aspetto. La prendo per i fianchi, la spingo contro il muro di legno. La bacio. Un bacio profondo, umido, le nostre lingue che lottano. Lei mi morde il labbro, tira indietro, il sapore del sangue.

Ti ho comprato un regalo

, dice, allontanandosi appena.

Che regalo?



Si china, prende qualcosa da una borsa di tela accanto alla porta. Le mani ne estraggono delle corde. Rosse. Di seta. Non corde da palestra, corde morbide, lucide, da letto.

Ho pensato a te

, dice.

A quando non ci sei. A quando sono sola. Mi lego da sola, immaginando che sia tu a farlo. Ma non è la stessa cosa.



Mi porge le corde. Le prendo. Sono lisce, fresche.

Ora

, dice,

lega me.



La guido verso un letto basso, largo, coperto da un lenzuolo di lino grezzo. È sdraiata, nuda, anche se non ricordo quando si è svestita. Forse l'ho fatto io. Forse l'ha fatto lei. Il tempo si è rotto, non segue più una linea dritta. Esiste solo adesso. Lei. Le corde. La candela che trema.

Le lego i polsi. Uno. Poi l'altro. Sopra la testa, allo schienale del letto. La seta rossa morde appena la sua pelle chiara. Tiro. È ferma. Non può muovere le braccia.

Le lego le caviglie. Una. Poi l'altra. Ai lati del letto, in modo che le sue gambe siano aperte. Spalancate. Tutta lei è aperta per me. Le sue tettine piccole e sode puntano verso il soffitto. La sua fica è già umida, già lucida alla luce della candela. Il suo clitoride è appena visibile, un piccolo pisello rosa che pulsa sotto la pelle.

Ora

, dice,

fammi quello che vuoi.



Comincio a toccarla. Lentamente. Con le punte delle dita, come se fosse la prima volta. Le accarezzo i piedi, le caviglie, la pianta dei piedi. Lei ride, un riso nervoso, perché ha i piedi sensibili. Continuo. Le polpacci. Le ginocchia. La parte interna delle cosce. Ogni centimetro di pelle che scopro è una scoperta. Lei si muove, cerca di seguire le mie mani, ma le corde la tengono ferma. Può solo gemere, solo implorare.

Per favore

, dice.

Toccala. Toccala lì.



Ignoro la sua preghiera. Continuo ad accarezzare le cosce, sempre più su, ma senza mai arrivare dove vuole lei. Le sue anche si sollevano da terra, cercano il mio contatto. Io ritiro le mani. Le faccio aspettare.

Sei crudele

, sussurra.

Sì.



Mi piace.



Finalmente, la tocco. Non con le dita. Con la lingua. La mia lingua scende lungo la sua pancia, liscia come seta, sudata appena. L'ombelico. Le ossa del pube. E poi, lentamente, le sue labbra. Le lecco da sotto in su, una volta sola, leggera come una piuma. Lei geme, si inarca, le corde tirano. Le sue mani si chiudono a pugno intorno alla seta.

Ancora

, dice.

Ancora.



La lecco di nuovo. Più lentamente. La mia lingua si posa sul suo clitoride, lo accarezza con la punta, in cerchi piccoli, lenti. Lei preme i fianchi in avanti, vuole più pressione. La do. Premo la lingua, più forte, e lei grida. Un grido strozzato, che si perde nel silenzio della giungla.

La succhio. Il suo clitoride è duro, caldo, pulsante. La mia bocca lo avvolge, lo succhia come un frutto. Lei comincia a tremare. Le sue gambe si tendono, le corde delle caviglie tintinnano. Le sue dita si aprono e si chiudono. Sta per venire.

No

, dico, staccandomi.

No? COSA VUOI DIRE NO?



Non ancora.



Lei geme di frustrazione. La sua testa rotola sul cuscino, i capelli le coprono il viso. Le prendo il mento, la faccio guardare me.

Guardami

, dico.

Guardami mentre non ti faccio venire.



I suoi occhi sono pieni di lacrime. Lacrime di desiderio, di rabbia, di fame.

Ti odio

, dice.

Lo so.



Ti amo.



Lo dice. Per la prima volta. Le parole cadono nella stanza come pietre. Io resto in silenzio. Non so cosa rispondere. Allora la bacio. Non sulla bocca. Sulla fica. La lecco con foga, senza più controllo, con una fame che mi sorprende. La sua umidità mi inonda la lingua, il mento. Il suo sapore è forte, salato, inconfondibile. Il sapore di lei.

Viene. Il suo corpo si contrae in convulsioni lunghe, infinite. Le sue labbra si aprono e si chiudono intorno alla mia lingua, la spremono, la vogliono dentro. Lei urla. Non parole. Suoni. Vocali. Lamenti che vengono dal profondo. Le corde la tengono ferma ma il suo corpo è un arco teso, i muscoli degli addominali si disegnano sotto la pelle.

Il suo orgasmo non finisce. Dura. Dura così a lungo che comincio a preoccuparmi. Ma poi i suoi spasmi rallentano, il suo respiro diventa meno affannoso, il suo corpo si rilassa. La slego. Lei cade sul letto come una bambola di pezza, gli occhi chiusi, la bocca aperta.

Le massaggio i polsi, le caviglie. La seta rossa ha lasciato dei segni sottili sulla sua pelle. Li bacio uno a uno.

Sei vivo?

, chiedo.

Non lo so

, risponde.

Forse sono morta. Forse sono in paradiso.



Sei in paradiso?



No. Sei qui tu. È meglio.



La giro. La prendo da dietro. Non c'è bisogno di parlare. Entro in lei lentamente, con una calma che contrasta con tutto quello che è successo prima. Lei spinge indietro, mi accoglie, si chiude intorno a me. Facciamo l'amore lentamente, senza fretta. Ogni spinta è un respiro. Ogni gemito è una parola che non abbiamo detto.

La candela si consuma. La stanza diventa più buia. Fuori, il mare scorre silenzioso.

La notte è lunga. Ci addormentiamo abbracciati, la sua schiena contro il mio petto, il mio cazzo ancora dentro di lei. Quando mi sveglio, è ancora lì. Non si è mossa. Forse non ha dormito. Forse ha vegliato su di me.

Ti ho guardato dormire

, dice.

Non l'avevo mai fatto.



E com'è?



Sei brutto quando dormi. Fai la bava e russi un po .



Ridiamo. Poi lei si volta, mi bacia. Un bacio dolce, quasi timido. E ricominciamo.


Non so quanto tempo passa. Forse sei mesi. Forse un anno. Il tempo è diventato una nebbia. So solo che un giorno ricevo una mail . Non da lei. Dal capo fabbrica.

Abbiamo problemi con un lotto di catalizzatori. La tua presenza è richiesta. Urgente.



È una scusa che lei si inventa con il capofabbrica. Lo so. Lui sa che lo so. Ma è l'unico modo che abbiamo per incontrarci. Le scuse. Il lavoro. I campioni nuovi. La chimica.

Parto.

Il volo è turbolento. La Malesia è sotto un temporale che sembra non finire mai. Quando atterro, l'acqua cade a secchiate. L'aeroporto è semivuoto, la gente corre, i tetti di lamiera tintinnano come tamburi.

Lei non c'è.

Prendo un taxi. Do l'indirizzo del suo appartamento. Per strada, l'acqua è alta, il tassista impreca, le ruote sguazzano. Quando arriviamo, il cielo è nero, anche se sono solo le quattro del pomeriggio. Suono. Non apre. Suono ancora.

La porta si apre di pochi centimetri. La catena è messa. Un occhio mi scruta. Poi la catena cade. La porta si spalanca.

Yulia è lì. In reggiseno e mutandine di pizzo nero. I capelli bagnati, appena lavati. Il profumo dello shampoo mescolato a quello caldo e intimo della sua pelle. Dietro di lei, sul letto, una valigia aperta. Vestiti piegati in fretta. Un paio di scarpe per terra.

Stai partendo?

, chiedo.

Stavo pensando di farlo

, risponde. La sua voce trema appena.

Non sapevo se saresti tornato.



E se non fossi tornato?



Sarei partita. E non mi avresti più trovata.



La guardo. La sua faccia è seria, ma gli occhi sono lucidi. Ha pianto. Da poco. Le gote sono ancora umide.

Perché non mi hai detto nulla?

, chiedo.

Perché non mi hai chiamato?



Perché non serve

, dice.

Lo sai. Lo sappiamo tutti e due. Non può durare per sempre. Tu hai la tua vita. Io ho la mia. A volte le linee si incontrano. Poi si separano.



Non è vero.



È vero. E tu lo sai.



Restiamo in silenzio. La pioggia batte contro i vetri. Il vento ulula tra i palazzi. Poi lei fa un passo verso di me. Un passo piccolo. Poi un altro.

Ma prima che me ne vada

, dice,

voglio che tu mi scopi. Un'ultima volta. Come se fosse la prima. Come se fosse l'unica.



La prendo. Non la bacio. La prendo per i polsi, la giro, la spingo contro il muro. La sua faccia è schiacciata contro l'intonaco. Le sue mani sono dietro la schiena, le tengo ferme con una mano sola.

Non ti muovere

, dico.

Non mi muovo.



Con l'altra mano, le strappo il reggiseno. Il pizzo si lacerà con uno strappo secco. I suoi seni cadono liberi, i capezzoli già duri. Le afferro i capelli, glieli tiro indietro. La sua nuca è esposta, lunga, bianca. La mordo. Lì, dove la pelle è più sottile. Lei geme.

Le abbasso le mutandine. Lentamente, con una mano sola. Il pizzo scivola lungo le sue cosce, cade a terra. Lei è nuda. Io sono ancora vestito.

Vestito

, dice, come se leggesse nel mio pensiero.

Voglio che tu mi scopi vestito.



Non mi faccio ripetere. Sbottono i jeans. Tiro fuori il cazzo. È già duro, duro da quando ho visto la valigia, da quando ho capito che era la fine. La prendo da dietro, in piedi, la sua schiena contro il mio petto, il mio cazzo che cerca la sua fica.

Entro. È stretta. Più stretta del solito. Più calda. Più umida. Forse ha pianto anche lì. Forse il suo corpo sa che è l'ultima volta e si stringe per ricordare.

Scopami

, dice.

Scopami forte. Voglio sentirti per giorni. Voglio portarti via con me. Sotto la pelle.



La scopo. Violentemente. Ogni spinta è un pugno. Ogni colpo fa sbattere la sua faccia contro il muro. Lei non si lamenta. Anzi, preme, spinge indietro, vuole più dolore, più violenza, più tutto.

La mia mano le stringe il collo. Non forte da soffocare, ma abbastanza per sentire il suo polso accelerare sotto le mie dita. La sua testa è reclinata all'indietro, la sua bocca è aperta, i suoi occhi sono chiusi.

Guardami

, dico.

Lei apre gli occhi. Sono neri. Neri come il temporale fuori. Neri come il fiume quella notte.

Ti amo

, dice.

Non rispondo. Continuo a scoparla. Le sue parole restano sospese nell'aria, intorno a noi, come la pioggia.

Vengo. Dentro di lei. Un ultimo fiotto. Caldo. Denso. Lei lo prende, lo trattiene, lo stringe dentro di sé come un segreto.

Restiamo così. Io ancora dentro di lei. La pioggia che batte. Il vento che ulula.

Poi, lentamente, esco. Il mio cazzo è molle, coperto del suo umore e del mio. Lei si volta. Mi guarda. Le lacrime le rigano il viso, ma non singhiozza. È ferma. Dritta.

Ora puoi andare

, dice.

E tu?



Me ne vado anch'io.



Mi vesto in silenzio. Lei rimane nuda, seduta sul letto, accanto alla valigia. Non si copre. Non ha vergogna. Vuole che la ricordi così. Nuda. Aperta. Vera.

Alla porta, mi fermo. Mi giro. Lei è ancora lì, seduta sul letto, nuda, con la luce grigia del temporale che le disegna le curve.

Yulia

, dico.

Cosa?



Non ti scorderò mai. Non ti ho scordata dal primo giorno che ti ho visto. Con quella maglietta della bandiera americana. Le tue tettine piccole. Il tuo sorriso serio.



Lei sorride. Un sorriso triste, bellissimo.

Neanche io

, dice.

Neanche io ti scorderò.



Esco. La porta si chiude dietro di me. Non la sento mettere la catena.

Forse vuole che possa ancora rientrare. Forse spera che lo faccia.

Ma non lo faccio.


Non l'ho mai più rivista.

L'azienda cambiò fornitore. Io cambiai lavoro. La vita andò avanti, come un fiume che devia e non torna più indietro. Mi sposai. Ebbi figli. Una vita normale. Una bella vita.

Ma ogni tanto, quando meno me lo aspetto, succede qualcosa. Un profumo di tiglio. Un ventilatore che sbatte l'aria calda. Una donna con una maglietta bianca. E allora torno lì. A Kuching. A quell'appartamento. A quella notte.

E la vedo. Yulia. La sua faccia seria che si scioglieva in un sorriso. Il suo culetto che scendeva le scale. Il sapore della sua bocca, che sapeva di mango e di sale. Il suo corpo sotto di me, le sue mani che mi graffiavano la schiena, la sua voce che diceva

ti amo

mentre la scopavo per l'ultima volta.

E mi si stringe il cuore. E mi si drizza il cazzo. Nello stesso istante.

Perché alcune storie non finiscono. Restano lì, sospese. Come il caldo umido della Malesia. Come il fiume nero sotto le stelle. Come l'odore della pioggia sulla terra asciutta.

Kuching, 1996. Non l'ho mai dimenticata. Non la dimenticherò mai.

EINGEFüGT 3 KOMMENTARE:
  • avatar RickBlaine bel racconto. non dovevi rinunciare a lei

    30-05-2026 19:24:40

  • avatar Pie21 Che spettacolo! Beato te: adoro le asiatiche

    30-05-2026 13:59:08

  • avatar sonosoloio60 Semplicemente meraviglioso..

    30-05-2026 11:07:12






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