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DEUTSCHLAND


ERZÄHLUNG

Quinta puntata. Oltre l'orgoglio.

by Mark90
Gesehen: 65 Mal Kommentare 6 Date: 29-05-2026 Sprache: Language

I giorni successivi passarono in un limbo di silenzio. Non volevo sentirla, non volevo vederla. Il dolore, questa volta, era diverso: non era più la ferita aperta della prima volta, ma una pietra fredda che mi pesava sul petto. Avevo già perdonato, avevo già ricucito i pezzi di noi, ma la seconda volta non lascia spazio ai dubbi. Questa volta mi aveva fatto troppo male. Che troia, che troia pensavo, basta… era finita.
Mi decisi ad andare nello studio di Elena, un’avvocatessa che conoscevo da tempo e di cui mi fidavo. Mi sedetti di fronte alla sua scrivania, mentre lei mi illustrava con calma la strada migliore: una separazione consensuale.
«Ascoltami,» mi disse, guardandomi sopra le lenti degli occhiali. «Capisco come ti senti, ma ti suggerisco di mantenere aperta almeno una linea di comunicazione con Sara. È fondamentale se vogliamo trovare un accordo civile e stabilire le regole della separazione senza fare una guerra in tribunale.»
Scossi la testa, stringendo i pugni nelle tasche della giacca. Solo sentire quel nome mi dava la nausea. «No, Elena. Non voglio sentirla e non voglio vederla. Mai più. Pensaci tu, ti prego. Gestisci tutto tu.»
Elena provò a replicare, forse per parlarmi di beni, di dettagli burocratici, ma la interruppi. Ero troppo svuotato, troppo a pezzi per curarmi di quelle cose. «Non mi interessa niente,» dissi, con una voce che stupì me stesso per quanto suonava ferma e disperata al tempo stesso. «Può tenersi tutto. La casa, le cose dentro... tutto. Voglio solo una cosa: non vederla e non sentirla mai più nella mia vita.»
Feci un respiro profondo, guardando fuori dalla finestra dello studio. Fortunatamente avevo una posizione economica solida, un lavoro che mi avrebbe permesso di rialzarmi. I soldi vanno e vengono, la dignità no. «Ho una base solida, Elena. Mi rifarò. Ma adesso, fammi sparire dalla sua vita.»
Perché non me l’aveva detto? Continuavo a domandarmelo, mentre i ricordi volavano a quell'ultima vacanza in Tunisia, fatta di sale sulla pelle e risate leggere. Eravamo davvero felici. Ci eravamo divertiti un mondo, persino in quei momenti in cui la lasciavo stare al gioco e farsi corteggiare dai ragazzi dell'animazione interessatissimi a lei. Mi tornò in mente la sua figura mentre ballava a ritmo di musica insieme ad Ahmed, radiosa e senza pensieri mentre lui non si faceva problemi e metterle una gamba tra le sue e a strusciarsi addosso, O quando, mentre Youssef, visibilmente arrapato, le massaggiava la crema solare sulla schiena, lei mi dedicava un sorriso complice e un occhiolino. La sera in camera pensando a quei ragazzi e ci divertivamo a immaginare storie e finivamo col fare delle grandissime trombate.

Nel giro di qualche settimana, la rabbia che avevo sepolto dentro si trasformò in pura reazione. Dovevo muovermi, riempire il tempo, non pensare. Mi iscrissi in palestra e, quasi per una sfida con me stesso, a un corso di balli caraibici. Fu lì che scoprii un microcosmo a me sconosciuto: una pista da ballo popolata quasi interamente da separati. Le donne non mancavano. Erano lì in cerca di sesso, d’amore ma spesso anche di una stabilità e di una sistemazione che avevano perduto.
Già nel corso del primo mese, l'agenda dei miei fine settimana si era riempita. Uscivo quasi ogni sera con donne diverse, incontrate tra un passo di salsa e uno di bachata. Forse erano attratte più dalla mia macchina e dallo stile di vita che potevo mostrare che da me, ma me le trombavo tutte e non mi importava. Anzi, mi andava bene così. Ogni appuntamento, ogni conquista superficiale, per me era una minuscola quota di vendetta che riscuotevo contro il passato.
Al bar, davanti a una birra, i miei amici mi facevano le congratulazioni. «Beato te», dicevano che scopate che ti fai adesso, dandomi di gomito e guardandomi con una punta di invidia. E io facevo il figo, sorridevo, recitavo la parte dell'uomo rinato che si godeva la libertà.
Ma la verità era un'altra, e cominciava a pesare. Sempre più spesso facevo una fatica tremenda a stare al gioco. Nessuna di quelle donne aveva la grazia innata di mia moglie. Nessuna aveva il suo profumo. E l’intelligenza... beh, meglio lasciar perdere, i dialoghi morivano dopo i primi convenevoli. Che dire del sesso poi. Conoscevo ogni centimetro del corpo di mia moglie, ogni antro segreto. La figa di mia moglie era un fiore appena schiuso di cui conoscevo il profumo e il gusto. I suoi capezzoli due boccioli da leccare e succhiare. La sua bocca poi……che mi mandava in estesi con meravigliosi e infiniti pompini.
A fine serata restavo solo lì, in quella casa che avevo preso in affitto. Un appartamento che, nei miei piani, doveva essere il simbolo della mia rinascita, ma che a volte mi sembrava solo un palcoscenico vuoto, una volta spente le luci della città.

Un giorno mi chiama Elena e chiede di vedermi. Mi dà appuntamento in un bar dove ci accomodiamo e ordiniamo da bere. Elena mescolava il caffè con movimenti lenti, lo sguardo fisso sulla tazzina prima di alzarlo verso di me.
«Allora, Marco. Per quanto riguarda le pratiche della separazione... sarebbe tutto pronto.»
La guardai e dissi «Perché usi il condizionale?

Sarebbe


Elena sospirò, appoggiando il cucchiaino. «Ho visto Sara. Abbiamo parlato.»
Il sangue mi salì alle tempie in un colpo solo. Sentii la sedia digrignare sul pavimento mentre mi sporgevo in avanti, la voce bassa ma tagliente. «Elena, stai scherzando? Tu sei il mio avvocato. Ti ho pagato per tutelare me, non per fare i salotti con mia moglie.»
«Marco, calmati. Ascoltami,» disse lei. «Vi conosco entrambi da anni e, prima di essere la tua legale, sono una vostra amica. Hai tutte le ragioni del mondo, te lo ripeto: hai ragione da vendere. E io farò esattamente quello che mi chiederai di fare, la mia professionalità non è in discussione.»
Fece una pausa, lo sguardo che si faceva più scuro, quasi spaventato.
«Ma devi sapere come sta. Sara è in uno stato di prostrazione preoccupante. È dimagrita tantissimo, non si cura... a stento l'ho riconosciuta, Marco. Mi ha fatto paura.»
Girai la testa di lato, fissando la strada fuori dalla vetrina per non incrociare i suoi occhi. Il petto mi faceva male, un misto di rabbia pura e quel maledetto nodo allo stomaco che non se ne andava da giorni.
«Ti chiedo solo di chiamarla,» insistette Elena, la voce che tornava a farsi morbida, quasi una supplica. «Te ne sei andato senza darle modo di replicare. Non le hai nemmeno detto cosa sai, o come hai fatto a scoprire del tradimento. Te lo chiedo per favore, Marco... anche il peggiore dei criminali ha diritto a un contraddittorio.»
Non se ne parla, Elena. Doveva pensarci prima.»
La mia voce era tornata gelida, sferzante. Elena provò ad aprire bocca, ma la fermai con un gesto secco della mano.
«Ma tu hai capito bene con chi scopa? Con un vecchio. Il suo primario!». «Ma per cosa, poi? Cosa doveva ottenere? Una promozione? Voleva solo cazzo e non le bastava il mio? Perché non me ne ha parlato? Me lo doveva dire in qualche modo avremmo capito come fare. Ha buttato via anni della nostra vita per questo?»
Elena mi fissava in silenzio, incassando il colpo, con gli occhi pieni di una dolorosa compassione che in quel momento mi fece imbestialire ancora di più.
«E a me? A me chi ci pensa?» continuai, la voce che mi tremava per la rabbia. «Pensi che io stia bene? Pensi che per me sia una passeggiata? Che vada al diavolo, lei e le sue lacrime.»
Estrassi una banconota dalla tasca, la lanciai sul tavolo senza nemmeno guardare se bastasse e mi alzai di scatto. «Paga il conto. Io me ne vado.»
Lasciai Elena seduta lì, immobile, con lo sguardo dispiaciuto che mi inseguiva mentre uscivo dal locale.
Camminai verso casa le parole di Elena mi si erano piantate nel cervello come un chiodo fisso. È dimagrita, non si cura, mi ha fatto paura. Quel tarlo bastardo aveva iniziato a scavare. Ero preoccupato, inutile negarlo; dopotutto, era la donna che avevo amato più di ogni altra cosa. Ma sopra la preoccupazione, solida e pesante come un muro di cemento, c'era la mia determinazione. E l'orgoglio. Un orgoglio ferito, calpestato nel peggiore dei modi, che ora gridava giustizia.
Non potevo e non volevo mollare. Se stavo soffrendo io, era giusto che soffrisse anche lei.
Infilai le chiavi nella toppa della porta di casa. Entrai nel silenzio dell'appartamento mi buttai sul letto e piansi come non avevo fatto mai nella mia vita.
Passarono tre giorni. Tre giorni passati a fare scudo con l'orgoglio, cercando in tutti i modi di riprendere in mano la mia vita. Quella sera, finita la lezione di balli caraibici, decisi di uscire con Anna, una ragazza del corso che mi scopavo. Volevo distrarmi, sforzarmi di pensare ad altro.
Avevo programmato un’apericena in centro e poi concludere la serata con una bella scopata a casa mia. Entrammo e, mentre cercavo con lo sguardo un tavolo libero tra la folla, i miei occhi caddero su una figura familiare. Era Giulia, la collega con cui Sara aveva condiviso un appartamento prima che venisse a convivere con me.
Giulia incrociò il mio sguardo e sgranò gli occhi, pietrificata. Ci mise solo un secondo a capire che non ero solo, e io ci misi lo stesso secondo a capire il motivo del suo terrore.
Accanto a lei, seduta di spalle, c'era Sara.
Quando si girò, rimasi letteralmente scioccato. Le parole di Elena mi rimbombarono in testa come una martellata: A stento l'ho riconosciuta. Era vero. Era magrissima, il viso scavato, i capelli spenti e arruffati. Indossava vestiti che le pendevano addosso, chiaramente di qualche misura più grandi del dovuto.
Non appena i nostri sguardi si incrociarono, Sara scoppiò a piangere. Un pianto silenzioso ma disperato, che le scuoteva le spalle. Giulia, visibilmente in imbarazzo, cercò subito di fare scudo con il proprio corpo per non attirare l'attenzione degli altri clienti del locale. Le asciugava le lacrime con un fazzoletto, le stringeva la testa sul petto sussurrandole qualcosa nell'orecchio per farla calmare. Poi, alzò gli occhi verso di me e mi fece un cenno imperioso con la mano: Vai via. Per favore, vai via.
Il cuore mi batteva in gola, violentissimo. Mi girai verso Anna, cercando di mantenere un briciolo di lucidità. «Scusami, c'è un problema. Dobbiamo andare.»
Andammo via immediatamente. Finimmo a mangiare qualcosa velocemente in un McDonald's lì vicino, in un angolo riparato, dove tentai di spiegarle per sommi capi la situazione, scusandomi per averle rovinato la serata. Era una brava ragazza, capì lo stato di shock in cui mi trovavo. La riaccompagnai a casa e poi tornai nella mia.
Una volta solo, nel buio dell'appartamento, quell'immagine non voleva saperne di abbandonarmi. Avevo gli occhi fissi sul soffitto e vedevo solo Sara. Era devastata, irriconoscibile. Continuavo a fare a pugni con i ricordi: dov'era finita la ragazza solare e vitale che in spiaggia faceva innamorare tutti, l'anima della festa? Dov'era la donna fantastica che camminava al mio fianco e faceva girare ogni uomo per la sua eleganza innata, per la sua freschezza? Quella donna sembrava svanita nel nulla.
Il flash dello schermo del telefono illuminò la stanza. Era un messaggio di Giulia.
«È a casa mia da tre settimane» diceva il testo. «Non sta bene per niente, Marco. Ha dato le dimissioni dall'ospedale. Ha mollato il lavoro perché non vuole mai più vedere il professore»
Rimasi a fissare lo schermo per qualche minuto, mentre la rabbia e l'orgoglio che mi avevano fatto da armatura fino a quel momento si sbriciolavano definitivamente. Aveva mollato tutto. Stava addirittura compromettendo la sua carriera e sé stessa per scappare da quell'errore.
In quel momento esatto, capii. Capii che, nonostante il dolore e il tradimento, non potevo fare a meno di mia moglie. E, soprattutto, capii che non ero il tipo d'uomo capace di lasciarla affondare in quelle condizioni.
Senza pensarci un secondo di più, cercai il numero di Elena sul registro delle chiamate e le scrissi un messaggio: «Elena, scusami per la scenata dell'altro giorno al bar. Ho bisogno di vederti. Ti prego, dimmi che hai un buco per un appuntamento domani mattina».
Poi rimasi a fissare la tastiera, con il cuore che batteva a un ritmo forsennato. C'era un'ultima cosa da fare, la più difficile, ma anche l'unica che avesse davvero senso dopo quello che avevo visto. Aprii la chat con Sara. Non ci scrivevamo da quando me ne ero andato. Le dita mi tremavano sullo schermo, ma non esitai.
Scrissi solo poche parole: «Se ti va, facciamo colazione assieme domani».
Inviai il messaggio prima che l'orgoglio potesse tornare a bussare alla mia porta.
Mi rannicchiai sul letto, respirando a fondo nel silenzio della stanza, con il telefono stretto in mano. Sentivo una strana, dolorosa lucidità. Da domani si cambia vita.
Continua……

EINGEFüGT 6 KOMMENTARE:
  • avatar Teo1963 Molto coinvolgente, bravo! Attendo il seguito con trepidazione

    30-05-2026 23:55:20

  • avatar argo209 Bravissimo Marco stai facendo (anzi hai fatto) la cosa giusta.

    30-05-2026 23:28:47

  • avatar krack76 Marco mi hai fatto immedesimare nella tua sofferenza .....adesso però creo continuerai da solo non ti seguo più

    30-05-2026 22:55:49

  • avatar sonosoloio60 Ti posso semplicemente dire che è davvero molto bello e coinvolgente il tuo racconto, mi piace tantissimo e spero di leggere il seguito...

    30-05-2026 22:41:15

  • avatar Drill62 Fantastico!

    30-05-2026 21:40:52

  • avatar ziomax Molto bello

    30-05-2026 21:01:34






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